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lunedì 15 marzo 2010

Italia, espulsi anche gli irregolari con figli minori a scuola


11 Marzo 2010 - Lo ha stabilito la Corte di Cassazione, contraddicendo una sua precedente sentenza -

Gli stranieri irregolari con figli minori che studiano in Italia non possono chiedere di restare nel nostro paese. Secondo una sentenza della Corte di Cassazione, che così smentisce una recente sentenza della stessa suprema corte, la tutela della legalità alle frontiere prevale sul diritto allo studio dei minori.

Con la sentenza n. 5856, la Cassazione ha respinto il ricorso di un immigrato albanese residente a Busto Arsizio, con moglie in attesa della cittadinanza italiana e due figli minori. Il cittadino albanese aveva richiesto di non essere espulso per non arrecare danni al "sano sviluppo psicofisico" dei figli. La suprema corte ha risposto che la permanenza ai clandestini in Italia è permessa solo in nome di "gravi motivi connessi con lo sviluppo psicofisico del minore se determinati da una situazione d'emergenza", mentre la frequenza scolastica configurerebbe una "tendenziale stabilità" ed "essenziale normalità". Al contrario sarebbe legittimata la permanenza dei clandestini strumentalizzando l'infanzia. Secondo la sentenza, la salvaguardia delle esigenze del minore non può prescindere dall'impianto normativo della legge sull'immigrazione.

Nelle scorse settimane, la Suprema Corte ha depositato una sentenza di segno opposto a quella di oggi, con la quale era stata ritenuta "ipotizzabile la grave compromissione del diritto del minore ad un percorso di crescita armonico e compiuto derivante dall'allontanamento di un genitore".

L'Alto commissario Onu per i diritti umani in Italia, Navi Pillay, ha espresso "grave e seria preoccupazione" per l'aberrante sentenza. Contattato da PeaceReporter, Marco Rovelli, scrittore da sempre impegnato nella difesa dei migranti, ha detto che "il contenuto di questa sentenza non solo viola gli accordi internazionali, ma oltraggia i più elementari principi dei diritti che appartengono all'umano in quanto tale. Un bambino nasce in una terra, parla quella lingua, la sua identità si forma entro quello spazio sociale - ha concluso Rovelli - e poi, per un malefico dispositivo giuridico, deve essere strappato a sé stesso. Non c'è altra parola se non inumanità".


martedì 19 gennaio 2010

Da Haiti. Cronache sul filo del web e della radio

Dal sito "Radiopassioni" un articolo molto dettagliato su quanto della tragedia di Haiti riesce ad arrivare attraverso difficili percorsi radiofonici e della Rete.

15 gennaio 2010 - Roberto Del Bianco


Leggo dal blog "Radiopassioni" di Andrea Lawendel, giornalista attivo in campo radio e sociale, Per saperne di più su Haiti, con e senza radio: un articolo molto dettagliato su quanto della tragedia di Haiti riesce ad arrivare attraverso difficili percorsi radiofonici e della Rete. Le emittenti locali haitiane sono tuttora tra i pochi ponti informativi capaci di portare all'esterno - anche grazie al mix di broadcast e di web - notizie, voci dai sopravvissuti, immagini anche agghiaccianti di una realtà che sicuramente conosciamo ancora solo in piccola parte.
Tra queste emittenti locali Andrea cita in particolare Radio Metropole, attivatasi già da subito e in modo molto efficace.

Su un altro fronte si sposta poi l'analisi di Andrea. Parlando di radio non si può non citare l'opera sempre essenziale dei radioamatori che però nello specifico frangente è al momento assai limitata. Manca l'elettricità, mancano gli stessi operatori in grado di trasmettere, e soprattutto rimane difficile un coordinamento per i soccorsi. Si apprende intanto che un supporto per le comunicazioni avverrà sulle frequenze di 3720, 7045, 14265 e 14300 KHz sulle onde corte, che la comunità radioamatoriale raccomanda di mantenere libere per non intralciarne l'operatività, mentre nel servizio di Echolink, il VoIP radioamatoriale, potrebbe essere utile l'ascolto sul canale 278173 che dovrebbe ripeterne il traffico. Intanto un radioamatore dalla confinante Repubblica Dominicana, Cesar Pio Santos (HR2P), sta cercando di raggiungere l'area disastrata con apparecchiature adatte ai contatti d'emergenza.

Fin qui, i numeri. Indicazioni utili per conoscere e approfondire. Rimane lo sgomento e lo sconvolgimento interiore per un avvenimento catastrofico e improvviso. Certo: grazie alle tecnologie ci accorgiamo ancor più che "il mondo è piccolo"; rimane da capire se il pensiero che alberga nei nostri cuori sia effetto di un'onda emotiva o se giunga dalla consapevolezza che, se il mondo è piccolo, tutto ciò che avviene, a qualsiasi latitudine, diventa parte della nostra vita e del nostro sentirci "cittadini insieme" in questo pianeta mai sazio di fragilità e di dolore.

Se fosse così, avremmo raggiunto una maturità nel nostro pensiero e nel nostro essere. Maturità sempre più necessaria per andare di pari passo con le possibilità che il progresso ci dona.

Fonte: Peacelink

giovedì 26 novembre 2009

No alla vendita dei beni confiscati


Firma l'appello: Niente regali alle mafie, i beni confiscati sono cosa nostra.

Tredici anni fa, oltre un milione di cittadini firmarono la petizione che chiedeva al Parlamento di approvare la legge per l'uso sociale dei beni confiscati alle mafie.
Un appello raccolto da tutte le forze politiche, che votarono all'unanimità lelegge 109/96. Si coronava, così, il sogno di chi, a cominciare da Pio La Torre, aveva pagato con la propria vita l'impegno per sottrarre ai clan le ricchezze accumulate illegalmente.

Oggi quell 'impegno rischia di essere tradito. Un emendamento introdotto in Senato alla legge finanziaria, infatti, prevede la vendita dei beni confiscati che non si riescono a destinare entro tre o sei mesi. E' facile immaginare, grazie alle note capacità delle organizzazioni mafiose di mascherare la loro presenza, chi si farà avanti per comprare ville, case e terreni appartenuti ai boss e che rappresentavano altrettanti simboli del loro potere, costruito con la violenza, il sangue, i soprusi, fino all'intervento dello Stato.

La vendita di quei beni significherà una cosa soltanto: che lo Stato si arrende di fronte alle difficoltà del loro pieno ed effettivo riutilizzo sociale, come prevede la legge. E il ritorno di quei beni nelle disponibilità dei clan a cui erano stati sottratti, grazie al lavoro delle forze dell'ordine e della magistratura, avrà un effetto dirompente sulla stessa credibilità delle istituzioni.

Per queste ragioni chiediamo al governo e al Parlamento di ripensarci e di ritirare l'emendamento sulla vendita dei beni confiscati.
Si rafforzi, piuttosto, l'azione di chi indaga per individuare le ricchezze dei clan. S'introducano norme che facilitano il riutilizzo sociale dei beni e venga data concreta attuazione alla norma che stabilisce la confisca di beni ai corrotti. E vengano destinate innanzitutto ai familiari delle vittime di mafia e ai testimoni di giustizia i soldi e le risorse finanziarie sottratte alle mafie. Ma non vendiamo quei beni confiscati che rappresentano il segno del riscatto di un'Italia civile, onesta e coraggiosa. Perché quei beni sono davvero tutti "cosa nostra"

don Luigi Ciotti
presidente di Libera e Gruppo Abele


"Spero che ti venga un cancro": La Russa risponde così ad un ragazzo in Spagna


Chiediamo all’Associazione Italiana per la Ricerca sul Cancro (Airc) una presa di posizione decisa affinché esorti il Ministro a fornire una spiegazione chiara sul presunto accaduto, dissipando quella che si prefigurerebbe come la grave macchia di un’offesa personale nei confronti delle numerose persone afflitte da questo male.

Una partita, una squadra, una sola fede. Si dà il caso che per quest’ultima, nel caso del Ministro della Difesa Ignazio La Russa, sia l’offesa facile. Non nuovo ad atteggiamenti “discretamente sopra le righe” (epica la parata americana nel quale dava del pedofilo a chi lo contestava, da antologia il “possono morire” alla Corte Europea), l’ex numero due di An pare si sia adoperato, secondo una lettera pervenuta a Repubblica, nell’augurare il cancro ad un ragazzo che lo aveva interpellato con irriverenza.
Il fatto: martedì scorso, alle 17, un ragazzo di 31 anni e alcuni colleghi di lavoro riconoscono La Russa in un bar di Plaza Catalunya, a Barcellona. Il Ministro, a quanto parrebbe, si sarebbe trovato in Spagna per seguire la partita di Champions League della sua squadra del cuore, l’Inter, contro la formazione locale. L’occasione irripetibile avrebbe spinto uno dei tre a rivolgersi in maniera scanzonata al politico: “Salve Ministro (stringendogli la mano), spero che la partita le vada male, così come sta andando male il nostro Paese guidato dal suo Governo…”

Chissà quale lume, quale animo abbia attraversato la mente del ministro che, per tutta risposta (da quanto riferito nella lettera) avrebbe replicato in maniera inimmaginabile.

“Io spero che le venga un cancro…”

Adesso noi non pretendiamo di prendere per vere e inoppugnabili le parole del lettore di Repubblica. Tuttavia le accuse sembrano specifiche e tuttora prive delle rettifiche o controrepliche del caso. Speranzosi di ricevere spiegazioni in merito, preghiamo il titolare della Difesa di fare luce sull’accaduto.
Allo stesso modo, chiediamo all’Associazione Italiana per la Ricerca sul Cancro (Airc) una presa di posizione decisa affinché esorti il Ministro a fornire una spiegazione chiara, dissipando quella che si prefigurerebbe come la grave macchia di un’offesa personale nei confronti delle numerose persone afflitte da questo male.

sabato 14 novembre 2009

ROTOTOM SOTTO ATTACCO "NON PROCESSATE BOB MARLEY"

Il Rototom Sunsplash, attraverso il suo presidente Filippo Giunta, è oggetto di un'indagine penale.
Viene contestato
l'art. 79 della Fini-Giovanardi, probabilmente la norma piu' ideologica di quella legge tremenda. Secondo l'accusa il Sunsplash agevolerebbe l'uso di marijuana, in buona sostanza, per il solo fatto di essere un festival reggae.
Dalle motivazioni delle indagini si legge infatti che
"l'ideologia rastafariana prevede l'associazione tra la musica reggae e la mariuana" e di conseguenza, visto che al sunsplash c'erano "persone che, nel contesto dell'evento musicale e delle connesse suggestioni culturali, si dedicavano all'utilizzo di droghe, specie del tipo hashish e marijuana", Filippo merita la prigione (da 3 a 10 anni).
Una simile interpretazione della legge potrebbe quindi colpire chiunque organizzi anche solo una serata reggae: solo per quello potrebbe essere indagabile per "agevolazione alll'uso della marijuana".
Il fatto poi che il rototom abbia "manifestato in ogni sede - pubblica o privata e sugli organi di informazione - totale insofferenza per i controlli delle forze di polizia giudiziaria", visto che inserito negli atti, costituirà una sorta di aggravante?
Venerdì 13 novembre 2009 si è svolto a Udine, la manifestazione dall’emblematico titolo “NON PROCESSATE BOB MARLEY”, contro la criminalizzazione non solo del Rototom Sunsplash , che rischia di essere cancellato, e di tutta la musica reggae e della cultura Rastafari come emerge dagli atti della procura, ma prima di tutto dei luoghi di libertà, di dibattito vero, di tolleranza, di incontro fra diversi, di pace come il Sunsplash è sempre stato. La caccia alle streghe scatenata contro il Rototom, attraverso l'art 79 della l. Fini Giovanardi, è figlia di questo pericoloso clima chiuso, oppressivo, xenofobo che si respira in Italia.
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Art. 79 del testo unico delle leggi in materia di disciplina degli stupefacenti e sostanze psicotrope, prevenzione, cura e riabilitazione dei relativi stati di tossicodipendenza, di cui al decreto del Presidente della Repubblica 9 ottobre 1990, n. 309, il comma 1 e' sostituito dal seguente:

«1. Chiunque adibisce o consente che sia adibito un locale pubblico o un circolo privato di qualsiasi specie a luogo di convegno di persone che ivi si danno all'uso di sostanze stupefacenti o psicotrope e' punito, per questo solo fatto, con la reclusione da 3 a 10 anni e con la multa da euro 3.000 ad euro 10.000 se l'uso riguarda le sostanze e i medicinali compresi nelle tabelle I e II»
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Ecco alcuni degli ospiti e delle loro parole durante la manifestazione di venerdì 13 novembre a Udine..ne cito solo qualcuna, le altre testimonianze potete trovarle qui: www.rototomsunsplash.com/voci.phtml.


Don Ciotti

Il “Rototom Sunsplash” di Osoppo, per come ho avuto modo di conoscerlo, è un momento di grande positività, di socialità, di approfondimenti, di musica. Ho visto tanti ragazzi partecipare attivamente agli incontri, porre domande intelligenti, interrogarsi sul presente e sul futuro.
Dispiace allora sapere che il presidente del festival sia adesso oggetto di una denuncia da aparte dell'autorità giudiziaria per il “realto di agevolazione all'uso di sostanze stupefacenti”, uso peraltro fisiologico in ogni grande contesto di aggregazione giovamnile e limitato in massima parte alle droghe leggere. Un uso che l'esperienza, il realismo e l'equilibrioci dicono che può essere contrastato non certo con gli articoli di legge, ma con forte investimento educativo, con iniziative che accompagnino i giovani nella crescita e li portino, al di là delle semplificazioni e delle scorciatoie, a scoprire il valore della libertà responsabile, all'essere pieni e consapevoli interpreti di democrazia. E senza dimenticare che i consumatori sono quasi sempre l'anello debole di un gioco criminale che dal traffico di droga ricava profitti enormi e sul quale davvero di dovrebbe concentrare ogni sforzo repressivo.
Mi auguro perciò che prevalga il buon senso e quindi un ripensamento. Il “Rototom” è un momento prezioso. Cancellarlo ci renderebbe culturalmente tutti più poveri.

Don Gallo

Caro Rototom, esprimo tutta la mia solidarietà per Bob.
Non posso essere presente, per impegni già presi.
Ma lottiamo per far cessare la "strage mafiosa", con tutti i suoi complici.
Ciao

Moni Ovadia

Esprimo piena solidarietà al festival e al suo direttore contro l'ingiustizia che li colpisce.

Le forze che sostengono il governo italiano attualmente in carica esprimono, con rarissime eccezioni, una cultura liberticida e reazionaria che mira a reprimere e comprimere gli spazi dell'autonomia culturale in cui si esprimono i valori dell'uguaglianza, dell'accoglienza, dell'espressione delle alterità e della multiculturalità.

L'ideologia reazionaria che anima il centro-destra si fonda sulla diffusione della paura, sull'omologazione a modelli d'ordine e di controllo sociale che mirano a far rinchiudere le persone negli angusti spazi del ghetto televisivo per ammannire ad individui e famiglie la stessa melassa mediatica omogeneizzata e distorta dalla propaganda di un solo modello esistenziale. La sottocultura che anima le forze ultra conservatrici è nemica della gioia di vivere, espressa dalla parte più libera, più vitale e più creativa dei giovani del nostro paese che sono malvisti in quanto tali soprattutto quando si organizzano autonomamente come accade in manifestazioni come il Rototom Sunsplash che sono occasioni di cultura, di socialità, di energia vitale, di bellezza e di risonanza con il linguaggio e metalinguaggio universale della musica, veicolo di pace e fratellanza.

Lo strumento della repressione in questa occasione è una delle tante leggi fondate sull'idea e la prassi di un controllo di polizia sulle coscienze e sulle anime con il pretesto della cosiddetta lotta alle droghe e miranti all'asfissia di tutto ciò che non vuole sottostare al potere dei prepotenti. I prepotenti di una classe politica molti esponenti della quale sono dediti all'uso di stupefacenti come la cocaina che circola a carrettate nei palazzi di chi comanda insieme alla prostituzione aperta e camuffata.

giovedì 12 novembre 2009

Dall'Inferno alla Bellezza


Per chi si fosse perso lo spettacolo "Dall'Inferno alla Bellezza" di Roberto Saviano, ospitato da uno speciale di "chetempochefa" di Fabio Fazio, la possibilità di recuperare sul sito Rai.tv.

Un vero e proprio pezzo di Storia.

domenica 25 ottobre 2009

Premio per la Pace Pax Christi International 2009


Roma - 26 ottobre 2009.

Cerimonia di assegnazione a Justine Masika Bihamba dal 2003 coordinatrice di Synergie des femmes pour les victimes des violences sexuelles – SFVS (Coordinamento di donne in favore delle vittime di violenze sessuali ).

Pax Christi Italia è lieta di comunicare che il prossimo 26 ottobre 2009 avrà luogo a Roma la cerimonia per l'assegnazione dell'edizione 2009 del premio per la pace di Pax Christi International
Quest'anno il premio sarà assegnato a Justine Masika Bihamba.

Justine Masika Bihamba è coordinatrice di SFVS, un'organizzazione non governativa congolese che difende i diritti umani delle donne. Justine e la sua famiglia, così come diversi collaboratori di SVFS, vengono minacciati e attaccati con regolarità a causa del loro lavoro.
La sera del 18 settembre 2007 sei soldati armati fecero irruzione nell'abitazione di Justine a Goma, capoluogo del nord Kivu. In casa c'erano i suoi sei figli, di età compresa tra i 5 e i 24 anni. Minacciandoli con le armi, i soldati legarono i ragazzi e chiesero loro dove fosse la madre. Nonostante le suppliche, aggredirono la figlia 24enne (colpendola in viso e rompendole un dente) e successivamente tentarono di aggredire e stuprare la figlia più giovane. Justine rientrò in casa proprio mentre stava avendo luogo l'aggressione. Sulla soglia di casa Justine identificò uno dei militari, gli chiese che cosa stesse facendo lì e chiamò immediatamente le autorità. Durante la telefonata i soldati fuggirono.
Il 27 settembre 2007 Justine sporse denuncia. Nelle settimane e nei mesi seguenti una serie di alti generali dell'esercito, di governatori provinciali e altri ufficiali le promisero che sarebbe stata fatta giustizia. Nel marzo 2008, inoltre, il vice-governatore promise ad Amnesty International che si sarebbe occupato della questione, affermando che era "inaccettabile che i responsabili restino impuniti". Un anno dopo l'aggressione, tuttavia, i responsabili non sono ancora stati arrestati né processati.
Justine e i suoi figli sono stati ripetutamente minacciati da uomini in divisa, che si aggirano regolarmente intorno alla loro abitazione. In due occasioni, alcuni soldati si sono presentati a casa di Justine, minacciando la famiglia e facendosi beffa delle accuse contro di loro.

da http://www.amnesty.it/

lunedì 19 ottobre 2009

Commissione d'inchiesta per le violenze in Guinea


Il Segretario generale dell´ONU, Ban Ki-moon, ha annunciato che istituirà una commissione d'inchiesta internazionale per verificare la violenta repressione del mese scorso in Guinea su migliaia di manifestanti disarmati. Questi ultimi subirono violenze da parte delle forze dell'ordine, 150 persone morirono e molte altre furono stuprate.
La Commissione esaminerà gli attacchi repressivi praticati dalle forze di sicurezza "al fine di determinare la responsabilità delle persone coinvolte", dichiara un portavoce dell´ONU.
Haile Menkerios, assistente segretario generale per gli affari politici, è a capo di una missione in Guinea per studiare le modalità dell´istituzione della commissione di inchiesta.
L'annuncio dell´indagine arriva il giorno dopo che l'ufficio del pubblico ministero presso la Corte penale internazionale (TPI) dell'Aia ha avviato un esame preliminare sugli eventi del 28 settembre. Rientrano sotto la giurisdizione del giudice che vuole approfondire e trovare le persone accusate di genocidio, crimini contro l'umanità e crimini di guerra.
Il vice procuratore, Fatou Bensouda, ha dichiarato che "le donne hanno subito abusi e atti brutali all'interno dello stadio di Conakry, apparentemente da uomini in uniforme.
Questo è terribile, inaccettabile."

venerdì 16 ottobre 2009

IL LATO OSCURO DELLA TURCHIA

Ankara apre i diritti politici per i curdi, ma quello dei diritti umani resta un problema da risolvere.

Tre casi fanno riflettere sull'effettivo progresso della Turchia nel campo dei diritti umani.
Alla vigilia della proposta del governo di realizzare un'apertura democratica verso la minoranza curda, quello dei diritti umani rimane ancora uno dei temi da affrontare con urgenza per una Turchia che vuole entrare nel club europeo.Abbiamo conosciuto quale risonanza abbia avuto nel paese "l'Open Democracy" promossa dal governo Erdogan, che si propone di conferire più riconoscimenti amministrativi e politici alle regioni curde del sud-est. Ma esiste anche una frangia della società turca caratterizzata da un forte nazionalismo sulla scia di Kemal Ataturk (il fondatore della Turchia moderna) che non condivide questo tipo di riforme civili e giudiziarie, una parte della realtà turca da non sottovalutare e che è ben rappresentata nel tessuto politico e sociale del paese. Uno dei principali oppositori alla cosiddetta apertura democratica, sostenuta dall'AKP, è lo stesso esercito che ha da perdere, e molto, da un riconoscimento dei diritti civili della minoranza curda in Turchia, che conta circa 15 milioni di persone, concentrate prevalentemente nel profondo est turco.

Violazioni, piccole ma continue. Da molto tempo le Ong che lavorano nel campo dei diritti umani e civili in Turchia denunciano le sistematiche operazioni dell'esercito e di alcuni gruppi organizzati che vanno a colpire piccoli obiettivi, tali da non suscitare scalpore tra i media ma in maniera continua in modo da mantenere un clima di tensione sulla popolazione lì residente. Il 12 settembre Aldo Canestrari (nella foto), attivista che da anni si batte per un riconoscimento dei diritti umani per i curdi in Turchia, è stato malmenato vicino Diyarbakir da un gruppo di uomini che lo ha prelevato dalla macchina in cui viaggiava. L'episodio forse non è ricollegabile ad un altro caso che vede coinvolta una bambina curda, ma è accaduto sempre nei pressi di Diyarbakir, considerata capitale della regione curda in Turchia.

Ceylan Onkol era una bambina di 14 anni che il 28 settembre è rimasta uccisa mentre portava al pascolo i suoi animali. La ragione? Nessuna. Il colpo di mortaio che l'ha centrata si crede sia stato sparato da militari turchi e sulla vicenda è stata aperta un inchiesta. A testimoniare l'accaduto c'è un video amatoriale girato da un imam della zona (ripreso da Roj Tv, l'emittente satellitare curda) che mostra il corpo martoriato della piccola. La notizia non è stata riportata immediatamente, ma sono passati diversi giorni prima che alcuni quotidiani, come il Taraf, denunciassero questo ennesimo abuso dell'esercito turco che tuttora mantiene il silenzio.

Il caso Guler Zere. Un altro caso che denota le violazioni compiute dalle forze di sicurezza turche è relativo alla detenzione di Guler Zere, attivista di sinistra e membro di un'associazione ritenuta illegale dal governo turco, che ha già trascorso 14 anni di prigionia ed ora si trova in gravi condizioni di salute per via di un cancro alla gola non curato in tempo. La sua detenzione fa discutere per le modalità con cui viene applicata: è rinchiuso infatti in una delle famigerate celle modello-F, celle di isolamento nelle quali a volte, come in questo caso, non vengono effettuate le cure mediche essenziali per i detenuti. Nel recente incontro di Bruxelles il ministro degli esteri Davutoğlu è stato raggiunto da alcuni manifestanti che hanno rinnovato la protesta nei confronti del governo inneggiando slogan per la liberazione della Zere.

La storia dei curdi in Turchia è stata spesso oggetto di strumentalizzazioni tese a creare un clima di terrore, ma anche usata affermarne l'identità, a scapito delle minoranze. Recentemente la questione è nuovamente al centro dell'attenzione dei media ma questa volta nulla ha a che fare con la formazione armata del Pkk, bensì con la proposta del governo di aprire una via al dialogo con la rappresentanza politica curda, quindi con il Dtp, per riuscire a rilanciare una nuova intesa con la minoranza, da molti anni tenuta in attesa a causa degli scarsi, o del tutto inutili, tentativi di integrazione nella società. Ma nel campo dei diritti umani ci sono ancora delle ombre che oscurano i progressi fatti sin qui per arrivare agli "standard europei" e pongono seri interrogativi sull'effettiva volontà-capacità del governo di realizzare un'efficace riforma in tal senso, dovendo sostenere un peso ingombrante come quello dell'esercito.

Fonte: Peace Reporter, Luca Bellusci.

venerdì 9 ottobre 2009

Sette giorni a impatto zero e l'esperienza finisce sul web

L'iniziativa lanciata da una famiglia newyorkese. Che ne ha fatto un sito, un libro e un documentario. Vivere per una settimana limitando gli sprechi di ogni genere. E raccontarlo sui social network.




COLIN Beavan l'ha fatto per un anno intero e da allora è diventato a tutti gli effetti No impact man, ovvero l'uomo capace di vivere per 365 giorni, insieme alla sua famiglia, annullando l'impatto ambientale. Niente automobile, energia ridotta, uso limitato di carta e plastica, cibi locali e non inscatolati. Ora lancia una sfida: provate anche a voi a vivere una settimana, da domenica a domenica, a impatto zero. E raccontatelo. Come? Con il suo prezioso decalogo e la possibilità di condividere online la propria esperienza con video, post e commenti su Facebook.
Si tratta di un esperimento globale che convoca coloro che hanno a cuore il pianeta e vogliono provare sette giorni di vita pulita, che non fa male all'ambiente e che, promette Colin, è anche molto divertente. Per mettersi alla prova basta iscriversi al sito No Impact Project: qui è possibile scaricare la guida suddivisa per giorni e apprendere i segreti del vivere risparmiando. Energia, emissioni nocive e - perché no - anche denaro. L'inizio è per il 18 ottobre (intanto ci si può iscrivere alla newsletter), ancora qualche giorno per permettere agli utenti di capire lo spirito dell'iniziativa e decidere se si è pronti a dire no. All'automobile, all'elettricità, alla carta, ai cibi confezionati, ai tanti piccoli lussi del vivere contemporaneo che danneggiano la natura.
Da fare in gruppo, da soli o con la propria famiglia, il progetto cercherà di cambiare le abitudini più comuni. Domenica si elimina l'immondizia preferendo per esempio ai tovaglioli di carta quelli di stoffa; lunedì si elimina l'immondizia e ci si muove con trasporti a basso impatto, come la bicicletta; martedì oltre a eliminare immondizia e mezzi di trasporto ad alto consumo, si mangeranno solo cibi stagionali e locali. E avanti così, fino alla fine della settimana di prova, quando radersi a mano invece che con il rasoio elettrico, preferire le scale all'ascensore, il lavaggio a mano alla lavatrice, le candele alla luce elettrica sembreranno attività così normali che sarà difficile tornare indietro. Subito dopo la registrazione sul sito e lo studio della guida, ogni utente dovrà sottoporsi a un sondaggio sul proprio stile di vita e scegliere quindi un giorno, tra quelli indicati, per dare inizio al progetto. Per chi crede nell'unione che fa la forza c'è la possibilità di aggregarsi ad altri gruppi, scelti in base alla prossimità geografica, e dare inizio al progetto.
Ai partecipanti viene chiesto di condividere la propria settimana inviando video e foto, coinvolgendo amici, iscrivendosi a Twitter e Facebook per ricevere supporto morale.
Basterà leggere la guida la sera prima, e informarsi sull'obiettivo della giornata seguente: cinque passi giornalieri, consigli e idee. A fine serata, per chi lo vorrà, sarà possibile partecipare ad un live webcast con esperti del settore. L'esperienza si conclude con un sondaggio, la possibilità di diventare un "ambasciatore no impact" e, sei mesi dopo, raccontare gli effetti a lungo termine dell'esperienza. Tutto nel tentativo di evangelizzare uno stile di vita a impatto zero. Proprio come quello che ha scelto Colin, ma con ampio spazio all'iniziativa personale: ognuno dovrà adattare i consigli al proprio stile di vita. Lo sanno bene i tanti utenti che raccontano nella sezione Change Yourself i loro segreti per cambiare il mondo. C'è Tabhata che ha sostituito lo shampo con il sapone alla glicerina, Mabel che ha imparato a cucire i propri abiti da sola, Charlotte che ha ridotto l'uso di telefono cellulare e computer allo stretto necessario e Clayton che trascorre le serate in famiglia raccontando storie e facendo delle sedute di lettura collettiva. Ma se, pur volendo intraprendere il progetto, non siete sicuri di poter contare sull'appoggio di familiari o partner, non vi preoccupate. No Impact Man ha pensato anche a questo. Preparate al vostro compagno una deliziosa cena a lume di candela utilizzando solo prodotti locali, o coinvolgete mamma e papà in una serata tv-free durante la quale, al posto del video, saranno organizzati tornei di carte o giochi in scatola. La chiamata riguarda proprio tutti, anche chi non ha a disposizione mezzi pubblici e raccolte differenziate: Colin ha messo a punto soluzioni alternative quasi per ogni ostacolo. No Impact Project è un'iniziativa no-profit che parte da New York, precisamente dalla famiglia Beavan. Di loro hanno parlato i media di tutto il mondo - il primo fu il New York Times che titolò l'articolo "Un anno senza carta igienica" - e la loro esperienza è diventata prima un libro e ora anche un documentario. Da qui si apprende che Michelle, la moglie di Colin, ha imparato in un anno a rinunciare a una delle sue passioni alimentari, il caffè di Starbucks, e a uno dei suoi lussi preferiti, la moda di Prada. Perché - come ricorda Colin - il mondo si può salvare. Famiglia dopo famiglia.

Fonte: 9 ottobre 2009 - Benedetta Perilli, Peacelink.it

giovedì 8 ottobre 2009

Consulta, lodo Alfano incostituzionale. Si riaprono i processi a carico del premier

I giudici della Corte Costituzionale sono tornati a riunirsi il 7 ottobre 2009 per decidere della costituzionalità del Lodo Alfano, la legge che sospende i processi nei confronti delle 4 più alte cariche dello Stato.
Nulla di fatto nella seduta mattutina, la Corte si è aggiornata nel pomeriggio. La seduta è ripresa alle 16. Poi la decisione. Protagonista della seduta di ieri la singolare difesa dei legali del premier. "La legge è uguale per tutti, ma non la sua applicazione" aveva dichiarato l'avvocato e parlamentare del Pdl Niccolò Ghedini.
L'effetto della decisione della Consulta sarà la riapertura di due processi a carico del premier Berlusconi: per corruzione in atti giudiziari dell'avvocato David Mills e per reati societari nella compravendita di diritti tv Mediaset.


martedì 6 ottobre 2009

Lodo Alfano, nessun verdetto. Consulta si aggiorna a domani


Slitta almeno a domani il verdetto della Corte Costituzionale sul Lodo Alfano. Dopo due ore di riunione, i 15 alti magistrati chiamati a decidere sulla legittimità della legge che sospende i processi penali per le prime 4 cariche dello Stato hanno infatti aggiornato la camera di consiglio a domani matttina alle 9.30. Intanto la difesa di Berlusconi si è detta fiduciosa sulla pronucnia della Corte, l'avvocato Pecorella ha sottolineato che "la nuova legge elettorale fa del presidente del Consiglio un soggetto con un ruolo del tutto particolare e ciò giustifica una legge applicabile al presidente del Consiglio.

Incalzato da una sentenza che lo indica come corresponsabile di corruzione, Silvio Berlusconi ha avvertito tutti gli oppositori che il governo andrà avanti cinque anni e che nulla potrà tradire il mandato che gli italiani gli hanno conferito. La sentenza del lodo Mondadori è per il premier "un'enormità giuridica". Le accuse che arrivano da Milano hanno messo in agitazione la maggioranza, che parla esplicitamente di un "disegno eversivo per sovvertire la volontà democratica". Da Gianfranco Fini parole che sembrano un avvertimento: "L'unica maggioranza legittimata è quella decisa dal voto popolare", mentre sulla possibilità d'un ritorno alle urne resta scettico Umberto Bossi, il quale, in ogni caso, ha detto che "noi siamo pronti a vincerle ancora". Cauta sull'ipotesi elezioni anche l'opposizione, che non rinuncia a puntare il dito contro una maggioranza che considera il premier al di sopra delle leggi. Chi invoca le urne è, invece, Antonio Di Pietro: "Ancora di più ora che la sentenza del lodo Mondadori prova che Berlusconi è un criminale".

Nei dettagli:

Silvio Berlusconi è "corresponsabile della vicenda corruttiva" alla base della sentenza con cui la Mondadori fu assegnata a Fininvest. Lo scrive il giudice Raimondo Mesiano nelle 140 pagine di motivazioni con cui condanna la holding della famiglia Berlusconi al pagamento di 750 milioni di euro a favore della Cir di Carlo De Benedetti.
E' il 25 gennaio del 1990 quando la famiglia Formenton, erede di Arnoldo Mondadori, cede il controllo della casa editrice a Silvio Berlusconi. Carlo De Benedetti impugna l'accordo, sostenendo che i Formenton si erano impegnati a cedere l'azienda a lui. Il 20 giugno dello stesso anno un collegio arbitrale dà ragione a De Benedetti e gli assegna il controllo della Mondadori. Sei mesi più tardi la corte d'appello di Roma annulla il lodo emesso dal collegio arbitrale e la casa editrice di Segrate torna in possesso di Berlusconi. Un accordo successivo tra di due contendenti assegna il settore libri e periodici a Berlusconi e il quotidiano La Repubblica insieme al settimanale L'Espresso a De Benedetti. Il 12 marzo 1996 però un fatto scompiglia le carte: il giudice romano Renato Squillante viene arrestato per aver distribuito tangenti per conto della Fininvest. Tra le sentenze comprate, secondo l'accusa, quella sul lodo Mondadori. Al termine di un lungo e complesso percorso giudiziario, nel 2007 la Corte di Cassazione condanna definitivamente Cesare Previti, avvocato di Berlusconi, per aver corrotto con soldi della Fininvest la corte d'appello di Roma che tolse la Mondadori a De Benedetti. Da qui nasce il maxi risarcimento che ora un giudica milanese ha fissato in 750milioni di euro.

Fonte: Skytg24

lunedì 5 ottobre 2009

Kenya, sfratti nella foresta



Peter Ole Nkolia mostra lo scheletro a terra di una delle sue mucche. Fino a poco tempo fa ne possedeva una cinquantina. Ora gliene sono rimaste solo quattro.

Il Kenya sta affrontando una delle siccità peggiori degli ultimi anni, ma a differenza di quanto successo nel passato, questa volta sono stati trovati dei "colpevoli: " Spero solo che i coloni della foresta Mau vengano sfrattati - dice Nkolia - Se prosegue la distruzione della foresta, moltissime persone finiranno per soffrire e presto non si vedranno in giro solo gli scheletri degli animali, ma che anche quelli degli uomini"
La foresta Mau è considerata, insieme con il ghiacciaio del Kilimangiaro e i laghi della Rift Valley, una delle riserve d'acqua più importanti del Paese, il cui ecosistema è stato però messo gravemente in crisi dal disboscamento prodotto dagli insediamenti agricoli, dal commercio di legname e dalla produzione di carbone. Tutte attività per la maggior parte illegali, che negli ultimi dieci anni hanno distrutto più di un quarto della foresta.

Le colline Mau, una volta fitte di vegetazione lussureggiante, ora appaiono spoglie e divise in possedimenti. Enormi distese nere mostrano i fuochi dove la legna viene bruciata per produrre carbone. Il disboscamento di queste colline ha alimentato, per 24 anni, il potere dell'ex presidente Daniel arap Moi, che ha dato in concessione le terre in cambio di voti. La corruzione di alcuni funzionari statali ha fatto il resto, con il risultato che ora più di ventimila famiglie cercano di sopravvivere su quei campi. Ventimila famiglie che il governo ha deciso di sfrattare, che abbiano i titoli legali per possedere quella terra o meno. "Siamo spaventati - dice Kipkorir Ngeno, un insegnate che si è trasferito su queste colline nel 2001 e che qui ha avuto sei figli - Ci chiamano "abusivi" ... ma questa è la mia terra e non è illegale". Ha ragione Ngeno ad essere spaventato perché solo coloro che potranno mostrare dei documenti validi, e non falsificati, avranno diritto ad essere trasferiti da qualche altra parte nel Paese: sostanzialmente, secondo i primi calcoli, solo il 10 percento.

Il Fiume Njoro, che nasce nella foresta Mau e scorre giù per le colline, è completamente secco. Il problema è grave perché l'acqua che si forma nella foresta alimenta diversi fiumi usati per produrre energia idroelettrica, e numerosi laghi, fra i quali il lago Vittoria, oltre che le riserve naturali di Serengeti, Masai Mara e Nakuru. La siccità rischia di colpire milioni di persone, ben al di là dei confini kenioti, e il danno economico viene stimato in 300 milioni di euro. Ma questo potrebbe non essere il problema peggiore, in un Paese in cui ogni tensione viene acuita dalle differenze etniche. Gli agricoltori Masai come Nkolia sono esasperati e le milizie Masai sono già pronte a colpire i coloni della foresta, per la maggior parte di etnia Kalenjin. Il rischio di un conflitto interno è alto. "Non posso starmene qui a soffrire mentre loro stanno bene - conclude Nkolia - Quando il mio campo sarà completamente secco andrò da loro e il risultato sarà un conflitto. Così come stanno andando le cose non va affatto bene".

Fonte: Peacereporter


giovedì 1 ottobre 2009

IL MASSACRO SILENZIOSO

Capitano Muassa Dadis Camarà

Guinea, la comunità internazionale resta immobile di fronte ai 157 morti nel piccolo stato dell'Africa occidentale. Usa e Francia si limitano ad ammonire il comportamento del regime di Muassa Dadis Camarà

C'è solo una cosa peggiore di un'esecuzione di massa. Un'esecuzione di massa che passa sotto silenzio. Senza alcuna condanna da parte della comunità internazionale. Senza sanzioni. Senza embarghi. Senza quel genere di attenzione politica che dovrebbe essere garantita alla protezione di ogni essere umano in quanto depositario di diritti civili inalienabili. Uno di questi è consacrato solennemente dall'articolo 19 della Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo del 10 dicembre 1948. "Ogni individuo - riporta l'articolo - ha il diritto alla libertà di opinione e di espressione, incluso il diritto di non essere molestato per la propria opinione e quello di cercare, ricevere e diffondere informazioni e idee attraverso ogni mezzo e senza riguardo a frontiere".

In Guinea da lunedì il popolo non solo non ha visto riconosciuto il diritto alla libertà d'opinione senza essere molestato ma è stato addirittura sterminato dalla polizia del capitano Moussa Dadis Camarà, salito al potere in seguito ad un golpe lo scorso 23 dicembre. Motivo? I guineiani non vogliono che il dittatore si presenti alle elezioni presidenziali del prossimo gennaio. Lo hanno detto chiaramente prima di scendere in piazza e, dopo il diktat del governo che aveva minacciato provvedimenti in caso di manifestazione, lo hanno ribadito riunendosi in 25mila di fronte allo stadio della capitale. Un grido di protesta unanime contro la legalizzazione elettorale di una dittatura al quale il governo ha risposto con l'esercito. Manganelli e lacrimogeni sulla folla che ha resistito pacificamente nella sua protesta. Fino al fuoco. "Sparate ad altezza d'uomo" questo sembra essere stata la direttiva dei colonnelli di Dadis agli uomini in pantaloni mimetici, berretti verdi e maglietta nera. L'ultimo bollettino, in perenne stato d'aggiornamento, parla di 157 vittime, migliaia di feriti e decine di arrestati. Tra questi i due principali leader dell'opposizione Cellou Dalein Diallo, capo dell'Unione delle forze democratiche della Guinea e candidato alle presidenziali, e Sidya Tourè, capo dell'Unione delle forze repubblicane.

Nella prima mattina di oggi è arrivata la testimonianza che attribuisce al massacro risvolti, se possibile, ancora più abominevoli. E' la dichiarazione di un medico del pronto soccorso del Centro ospedaliero di Donka, il più grande nosocomio di Conacry. "E' una macelleria, un massacro, ci sono decine di cadaveri". L'immagine è quella di un medico che lotta contro il tempo per salvare vite umane. Un uomo che, forse inconsapevolmente, offre la chiave di ciò che accade in Guinea in una scarna e frettolosa dichiarazione ai media. Alla comprensione dei fatti basterrebbe la sua prima parola: "macello". Si potrebbe pensare al Rwanda o alla Somalia. Il fatto è che in quei posti, seppure con alterne fortune, la comunità internazionale si era mobilitata.
Qui, oggi, a testimoniare e condannare un vero e proprio massacro contro un popolo che protesta pacificamente ci sono solo le foto e gli articoli in rete.
La comunità internazionale, ad esclusione di Usa e Francia, resta immobile a guardare e, forse, ignorare ciò che accade in un paese dove chi protesta va al "macello".
E se l'Eliseo ha condannato "con la più decisa fermezza la violenta repressione" messa in atto dall'esercito della Guinea, da Washington il governo Usa, che in Afghanistan schiera quasi 30 mila uomini, si è limitato a dirsi "profondamente preoccupato" per le violenze e esortando la giunta militare al potere a dare prove di moderazione.
Prove di moderazione che si sarebbero potute chiedere anche a Saddam Hussein a questo punto. Solo che la Guinea non ha le stesse risorse dell'Iraq e, quindi, lo stesso peso nella definizione degli equilibri internazionali. Per questo nessuno parla di fronte a 157 morti. Fino ad ora.

Nello stadio una trappola mortale - "Secondo fonti sul posto - prosegue la nota - le autorità avrebbero teso una trappola alla gente radunata in massa: l'esercito ha atteso che lo stadio fosse pieno per entrare e sparare sulla folla". "Poiché la manifestazione era vietata - scrive l'opposizione - i guineani si aspettavano piuttosto che le autorità chiudessero lo stadio per impedire a chiunque di entrare. Si tratta quindi senza alcun dubbio di un assassinio premeditato, visto che l'ordine pubblico non era minacciato: i contestatori manifestavano pacificamente". Migliaia di persone ieri si erano radunate nello stadio "28 settembre" di Conakry, capitale dello stato africano. L'intenzione era quella di contestare la ventilata candidatura alle presidenziali di gennaio del capo della giunta militare, il capitano Moussa Dadis Camara, leader dei golpisti al potere dal 23 dicembre 2008.

Gli stupri cominciati allo stadio - Le violenze sulle donne sono state confermate dal responsabile di un'organizzazione per i diritti umani a Dakar. Secondo Mamadi Kaba, presidente del ramo guineano del Raggruppamento africano per la difesa dei diritti dell'uomo (Raddho), le violenze sono state consumate nello stadio della capitale e poi ancora nelle caserme e nei commissariati. "Gli stupri sono cominciati allo stadio; i militari hanno violentato le donne... e noi abbiamo informazioni allarmanti di donne detenute in campi militari e commissariati che vengono violentate", ha spiegato Kaba. Decine di migliaia di persone ostili alla giunta al potere si erano radunate nel più grande stadio di Conakry; subito dopo le forze di sicurezza hanno cominciato a sparare sulla folla facendo decine di morti. Sempre secondo la ong, "i militari entrano nei quartieri, fanno saccheggi e violentano le donne... Abbiamo avuto queste informazioni da fonti concordanti, da fonti della polizia e vicine all'esercito, anche perché molti militari non sono d'accordo con quanto sta avvenendo"

Fonti: Antonio Marafioti per Peace Reporter; Tiscali.it

mercoledì 30 settembre 2009

Masai sfrattati e arrestati per far spazio ai safari di caccia.

In Tanzania, a Liliondo, nella regione di Arusha, sono stati ridotti in cenere otto villaggi masai lasciando 3.000 persone senza cibo, acqua e riparo.

Il 4 luglio, la polizia antisommossa della Tanzania, armata pesantemente, ha dato fuoco alle abitazioni e ai depositi alimentari dei Masai per sfrattarli dalla loro terra ancestrale. Migliaia di Masai, insieme alle loro greggi, si ritrovano oggi senza mezzi in balia di una grave siccità. Sono stati sfrattati violentemente dai loro villaggi per far spazio a una riserva di caccia della Otterlo Business Corporation (OBC).

“Oggi la nostra terra è stata presa per un investimento: per caccia turistica di lusso” ha denunciato un uomo Masai.

Survival ha anche ricevuto dei rapporti inquietanti su violenze inflitte alle donne masai durante gli sfratti. Alcune sarebbero state stuprate e altre picchiate duramente. Descrivendo la sua terribile esperienza, una donna ha raccontato: “Due uomini armati mi hanno inseguita e buttata a terra mentre sopraggiungevano altri sei uomini. Sono stata violentata da ognuno di loro”.
Si dice che la Otterlo Business Corporation sia legata alle famiglie reali degli Emirati Arabi Uniti e che detenga l’esclusiva dei safari e dei diritti di caccia a Liliondo, nella Tanzania settentrionale, dal 1992. L’area è terra tradizionale dei Masai, ma la compagnia utilizza l’area per battute di caccia grossa. I safari hanno gravemente compromesso l’accesso dei Masai ai pascoli del bestiame, provocando crescenti tensioni tra le comunità e la OBC.
Le recenti atrocità mostrano che oggi la situazione è diventata molto critica. Le donne Masai che recentemente hanno manifestato contro lo sfratto violento si sono sentite dire che non avevano diritto di protestare. Mentre i leader delle comunità locali hanno ricevuto minacce anonime.
Gli incendi dei villaggi ora sono cessati. Ma tutti i pastori masai sorpresi con le loro greggi all’interno della riserva di caccia della OBC sono stati arrestati. Cinque persone sono già state giudicate in tribunale senza poter beneficiare di una difesa legale o della libertà su cauzione, e sono state condannate a sei mesi. Altri 10 Masai devono presentarsi in giudizio il 24 agosto.
È da tempo che le potenti compagnie di safari interferiscono gravemente con la vita dei popoli tribali della Tanzania. Nel 2007, la piccola tribù di cacciatori raccoglitori Hadza è sfuggita per un soffio allo sfratto dalla terra ancestrale. A seguito delle pressioni degli Hadza stessi, delle organizzazioni indigene e di Survival, infatti, la UAE Safari Ltd rinunciò alla concessione di caccia nella Yaida Valley.

giovedì 10 settembre 2009

Il Nobel alle donne africane


Sono le donne ad alzare la voce per dire al mondo che l'Africa e i suoi abitanti hanno gli stessi diritti di tutte le terre del mondo. Sono le donne africane a tener fede agli impegni assunti nelle forme del microcredito e a dar vita coraggiosamente a cooperative di lavoro per creare opportunità di sviluppo. Sono donne a far sentire l'urlo di dolore delle guerre e della fame e da tempo le vedi come valorose giornaliste pronte a denunciare violenze e soprusi. Sono protagoniste silenziose di progetti sanitari soprattutto contro l'AIDS che in Africa miete vittime ogni giorno. Meritano davvero il Nobel per la pace! Non più solo una, come pure è avvenuto in passato, ma tutte e tutte insieme. Sarebbe un Nobel collettivo che riconosce la fatica e insieme dà forza. È nell'utero di queste donne che si nasconde il futuro, il riscatto e la liberazione di un continente che paga il prezzo più alto dell’egoismo del nord del mondo.


L'invito pertanto è a visitare la pagina del CIPSI e di Chiama l'Africa: http://www.noppaw.org/ e a sottoscrivere la richiesta. L’Africa si aiuta anche così!!!


9 settembre 2009 - Tonio Dell’Olio - Il Mosaico di Pace

mercoledì 2 settembre 2009

Ciao Teresa


Teresa Sarti
28 marzo 1946 - 1 settembre 2009

Dopo avere insieme condiviso per quindici anni il tempo dell'amicizia, del rispetto per la vita e per la sofferenza di tutti, dopo il lungo tempo di affetto, di speranze, di timore per la sua sorte personale, Emergency annuncia la morte della sua presidente Teresa Sarti Strada.
Con la stessa apertura e con la stessa semplicità che aveva voluto per la vita di Emergency, Teresa ha accettato anche in questi suoi ultimi giorni la vicinanza di tutti coloro che hanno voluto esserle accanto. La serenità consapevole con la quale è andata incontro alla conclusione del suo tempo ha espresso il coraggio e la determinazione che rappresentano la verità della nostra azione in un'attività che ha dato senso alla sua e alla nostra esistenza. La dolcezza del ricordo coincide per noi con il rinnovo del nostro impegno per la pace e per la solidarietà.

EMERGENCY

martedì 4 agosto 2009

Sudan, donne frustate a Khartoum perché indossavano i pantaloni

La denuncia di una giornalista locale arrestata con le altre in un ristorante della capitale. Alcune di loro si sono dichiarate colpevoli e hanno ricevuto la pena corporale

Sudan, donne frustate a Khartoum perché indossavano i pantaloni

La giornalista sudanese Lubna Ahmed al Hussein

KHARTOUM - Un gruppo di donne sudanesi che indossava pantaloni sono state arrestate in un ristorante della capitale a causa del loro abbigliamento ritenuto "indecente". "Erano vestite come me, con una camicia e un pantalone", ha raccontato alla Bbc la giornalista Lubna Ahmed al Hussein, fermata insieme ad altre dodici donne da un gruppo di circa 20-30 poliziotti che ha fatto irruzione nel locale.

Al Hussein, che vive a Khartoum e scrive per il giornale di sinistra al Sahafa, lavora anche per la missione delle Nazioni Unite in Sudan. La giornalista ha denunciato di essere stata fermata la scorsa settimana dalla polizia mentre si trovava in un ristorante della capitale insieme ad altre dodici donne, con l'accusa di "indossare un abbigliamento sconveniente, che contrasta con il regolamento sull'ordine pubblico".

Alcune delle donne arrestate sono originarie del sud del paese, a maggioranza cristiana e animista. Dopo essere state tutte identificate sul posto dalla polizia, il giorno successivo dieci di loro, che si sono dichiarate colpevoli, sono state convocate in commissariato e hanno subito dieci frustate ognuna. Per le altre tre, tra cui la giornalista, la polizia ha inviato il dossier alla magistratura che deve però ancora fissare una data per la prima udienza. Intanto Lubna ha deciso di distribuire 500 inviti a giornalisti e ad alte personalità del Paese per assistere all'esecuzione della sua pena che, in caso di condanna, prevede 40 frustate.

Alcune delle donne arrestate sono originarie del sud del Paese, a maggioranza cattolica o animista, e pertanto non sarebbero obbligate a seguire i dettami della Sharia, che punisce appunto con 40 frustate chi indossa un abbigliamento ritenuto "indecente".

(13 luglio 2009)

Fonte: La Repubblica

lunedì 13 luglio 2009

Lettera aperta al Presidente della Repubblica: Presidente, non firmi il pacchetto sicurezza

Presidente, non firmi il pacchetto sicurezza

Mi sembra un doveroso gesto di solidarieta' umana ricordarci di chi sta peggio e valutare con vigile attenzione la congruenza tra gli alti principi espressi nella carta costituzionale e un provvedimento che ad esempio impedisce alle madri straniere di registrare i neonati all'anagrafe, senza che la nostra sicurezza aumenti di una virgola.

11 luglio 2009 - Carlo Gubitosa (Associazione PeaceLink)


Gentile Presidente Napolitano,le scrive un cittadino preoccupato per la sicurezza dei propri cari. La guerra tra Belgrado e Sarajevo ci ha insegnato che anche tra due citta' multietniche e amiche fino al giorno prima puo' esplodere una violenza razzista al di la' di ogni immaginazione. Non mi piacerebbe che la situazione si ripetesse anche da noi, e pertanto Le chiedo di gettare acqua sul fuoco dell'intolleranza e di non avallare con la sua firma il cosiddetto "pacchetto sicurezza".So bene che un Suo eventuale rifiuto sarebbe un gesto simbolico dagli effetti limitati, e che dopo un ulteriore passaggio dalle camere con dei ritocchi minimi, per Lei firmare non sarebbe e' piu' una scelta ma un dovere da compiere a norma di legge. Ma chi l'ha deciso che in Italia i simboli, i messaggi e i gesti che plasmano la cultura debbano essere solo quelli che incitano all'odio etnico e diffondono il virus dell'intolleranza? Le belle pagine di storia si scrivono anche con dei bei simboli. Lei sa bene, per aver tenuto a battesimo i CPT con la legge che porta il suo nome e quello di Livia Turco, che anche le leggi scritte con le migliori intenzioni possono trasformarsi alla prova dei fatti in ferite e violazioni dei diritti di chi affronta come puo' la poverta', la fame e le guerre. Le lascio immaginare quello che puo' accadere quando le intenzioni del legislatore non sono le migliori possibili e sono viziate da un'indulgenza al populismo xenofobo che puo' portaremolti voti ma anche molta violenza.
Fortunatamente noi che abbiamo il passaporto Italiano non dobbiamo affrontare poverta', fame e guerre, e ci basta essere un po' piu' sobri per superare la crisi dei mercati, rinunciare a qualche lusso non necessario e far studiare i nostri figli quel tanto che basta perche' non siano costretti ad arruolarsi e fare guerre in casa d'altri pur di lavorare e pagarsi un mutuo.

Mi sembra pertanto un doveroso gesto di solidarieta' umana ricordarci di chi sta peggio e valutare con vigile attenzione la congruenza tra gli alti principi espressi nella carta costituzionale e un provvedimento che impedisce alle madri straniere di registrare i neonati all'anagrafe, senza che la nostra sicurezza aumenti di una virgola.

Le chiedo pertanto di adoperarsi affinche' il "pacchetto sicurezza" sia rinviato alle Camere affinche' provvedano a modificarne le parti incompatibili con la Costituzione e le norme del diritto internazionale recepite nell'ordinamento della Repubblica Italiana.

Resto in attesa di un suo riscontro e le auguro buon lavoro.

Cordiali saluti
Carlo Gubitosa

lunedì 29 giugno 2009

Michael Jackson - Earth Song


Earth Song è uno dei pochi pezzi pop dedicato all’ambiente e alla salvaguardia del Pianeta Terra e fu uno dei singoli più venduti dell’album che lo conteneva, HIStory e per l’epoca rappresentò una vera rivoluzione: di ambientalisti e ambiente se ne iniziava appena a parlare, non solo negli Usa ma in tutto il mondo. La canzone fu una sorta di sherpa nel panorama musicale, veicolò un messaggio importante: la Terra è la nostra risorsa e non va abusata e sulla base dei comportamenti errati di una parte dell’umanità prefigura un futuro senza alberi e con un pianeta divenuto deserto e sterile in cui a pagare il conto più salato sono le popolazioni più povere.
I tempi di Earth Song, dunque sono non sospetti. A metà degli anni novanta la sensibilità verso le tematiche ambientali era pressocchè vicina allo zero: il petrolio sembrava inesauribile e tutte le risorse della Terra sembravano come esposte sugli scaffali di un gran supermercato, pronte per essere dilapidate per uno scialo infinito.
Oggi l’America si interroga sull’ambiente e sulle risorse, in primis il petrolio e cerca sicuramente risposte diverse da un tempo, se non altro si pensa che forse la Terra non sempre ci potrà nutrire e sostenere. Le risposte sono di la da venire e forse quasi nulla, da quel 1995 in poi, è così definitivamente mutato, ma oggi, se non altro, abbiamo tante, tante domande in più.

Fonte: Ecoblog.it